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ordinary love

Ordinary Love

Era un amore ordinario il loro.
Fatto di gesti ordinari e ordinari riti quotidiani.
Il bacio appena svegli, i piedi sul pavimento gelato a cercare le pantofole con gli alluci arricciati dal freddo, la caffettiera sul fuoco, la telefonata arrivati in ufficio.
Non pensate a robe fuori dal comune, gesti eclatanti, gambe molli e vene che tremano nei polsi.
No.
Era un amore come tanti, straordinario come tanti nella sua unicità.
Lei si struccava e dimenticava quegli odiosi batuffoli di cotone striati di nero abbandonati sul ciglio del lavabo.
Lui seminava minuscoli e insopportabili frammenti di barba dappertutto.
Entrambi strizzavano il dentifricio a metà, lei sempre più su, lui sempre più giù.
Si litigavano il bagno al mattino, il divano la sera, ma il letto la notte no.
Non avevano perso l’abitudine di dormire aggrovigliati, a non sapere dove finisse il corpo di uno e iniziasse quello dell’altra.
Quei due.
Era un amore ordinario, fatto di goffe vestaglie, pantaloncini corti e una cucina troppo piccola quando preparavano cena insieme.
Non era la replica di amori precedenti, ne’ un amore per sottrazione.
Non si può amare una persona per quel che non è.
Ma si può rivendicare il diritto di quel che non è, in attesa di mutare quella negazione in una splendida affermazione di se stessi.
Era un amore in cammino, attraverso le stagioni, e controvento talvolta.
Forse proprio per questo aveva spiccato il volo, alla fine.
Era un amore che si propagava esponenzialmente travolgendo tutto ciò che arrivava sul loro cammino, come uno tsunami, ma di panna e zucchero filato però.
Per ritrovarsi più forti. E con il diabete fuori controllo.
Era un amore ordinario sì, fatto di impegni quotidiani, piatti da lavare, bollette da pagare, genitori da accudire, figli da seguire, i più grandi per un verso, i più piccoli per l’altro.
E sempre i soliti amici da incontrare, i sabato sera a cena fuori, le domeniche sul divano a guardare serie tv.
Un amore stanco, nervoso, polemico, incazzato.
Ma che sapeva fermarsi, quando era il momento, e prendere le distanze, e riprendere fiato.
Un amore di straordinaria ordinarietà, che a pensarci sembra quasi banale nella sua ovvietà.
Un amore che forse annoia, a sentirlo raccontare.
Che non aveva certo l’ambizione di essere speciale; di storie così è pieno il mondo.
È che vissute da dentro si sentono tutte uniche e irripetibili certe storie d’amore.
Ma viste da fuori scatenano sbadigli e sonnolenza.
Un amore fatto di piccoli gesti quotidiani, no, non cazzuti (cit.). Semmai talmente assimilati nella vita di tutti i giorni, da essere diventati, nella loro perseveranza, la loro coperta di Linus che li proteggeva da un certo brutto mondo la’ fuori.
La già citata coperta a due temperature, quell’incredibile idea amorosa che pareva unica e irripetibile, come quell’amore, in realtà del tutto ordinario.
Ma con il tempo il confine era diventato sempre meno netto, i margini tendevano ad accavallarsi fino a mescolarsi.
A lei piaceva il mare, ma finirono in montagna.
Lui proponeva Berlino, e approdarono a New York.
Sul vino rosso o bianco non servivano compromessi.
E mentre lui finì per appassionarsi alle scadenti serie tv che lei amava tanto, lei si abituò a certi film tutti sangue e proiettili che a lui invece rilassavano testa e corpo.
Era un amore ordinario il loro. Banale, routinario, che poggiava le sue fondamenta su poche inamovibili certezze.
Tutto il resto era in divenire, capace di mutare ed adattarsi al bisogno.
Era l’ordinaria relazione tra due persone ordinarie.
Ne’ troppo belle ne’ troppo brutte.
Ne’ troppo giovani ne’ troppo vecchie.
Semplicemente giuste.
Perfetti l’uno per l’altra.

#queidue #oneyearlater

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