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W la mamma

Il Piemonte mi accoglie sempre così.

Con una luce livida, da film neorealista in bianco e nero, che marca i contorni, come il kajal, gli occhi di una bella donna.

Arrivo che ha smesso di piovere da poco, e le pozze d’acqua, piatte e argentate come specchi, mi ricordano le risaie dove ho passato larga parte della mia infanzia.

Il sangue non mente, e questa terra mi scorre nelle vene e mi chiama a sé, come una madre premurosa o, nel mio caso, una nonna, che mi infila una mano nodosa nel collo a controllare che non abbia sudato troppo.

Torino è sterminata ai miei occhi di ligure, abituata agli spazi angusti dei caruggi e all’abbraccio stretto fra mare e monti di Genova.

Qui le Alpi fanno da cornice, ti invitano a respiri ampi e profondi anche in lontananza, gli stessi che prendo prima di tuffarmi nel mio mare, che mi ha abituata alle apnee e al salino che pizzica il naso e la pelle.

Torino è severa quanto Genova è altezzosa. Così simili e distanti, cerco i punti in comune che si sono mescolati da qualche parte nel mio patrimonio genetico.

Lo stesso che, da brava genovese, mi impone un costante understatement, contro cui sto lottando, per esiti migliori in quello che mi sono scelta comey secondo lavoro.

Non so vendermi e in questo sì, vorrei avere ereditato la faccia tosta e l’intraprendenza miste ad un sano “sticazzismo”, dal lato materno della discendenza.

Oggi mia madre è venuta a darmi supporto al Salone del Libro, oltre a restituirmi il povero orfanello che da tre giorni reclamava la mia presenza.

Questa domenica, giorno in cui con la disinvoltura della statua di sale, ho presenziato allo stand della mia casa editrice, è presente al Salone Massimo Gramellini, guru indiscusso di mia madre, secondo solo a Roberto Saviano.

Rinunciato ormai a vedermi accasata con un uomo dello stampo di Gramellini, mia madre ormai ambisce che io diventi Massimo Gramellini, pelata e guanciotte da mastino napoletano comprese.

Galvanizzata quindi dalla presenza del suo eroe, mia madre si è dapprima lanciata in una performance da vera fan che, oltre a rendermi orgogliosissima di lei, mi ha svelato la provenienza della mia anima di groupie.

Ottenuto l’autografo del suo amato, proprio mentre stavo per concludere la vendita dell’unica copia del mio libro, mi arriva un messaggio “Comprati una copia del libro e portamela. Che voglio darla a Gramellini.”

Eseguo senza nemmeno osare protestare, conscia che sarebbe solo un’inutile spreco di energie.

Nei panni di fattorino quindi, recapito la copia del mio libro a mia madre, che la apre sulla pagina del titolo dicendomi “E fagliela una dedica, e QUI mi raccomando, che mi ha detto che è QUESTA la pagina giusta”.

Ancora una volta eseguo, protestando debolmente “Ma io però non glielo do…”

“Mpf, e va bene ci penso io.” Risponde perentoria, e io ne approfitto per dileguarmi insieme a Davide.

Esce dunque dalla sala vittoriosa, e dietro di lei il Gramellone nazionale, che impugna il mio libro in bella vista.

“Mi ha ringraziata tanto!”

(eh immagino”)

“E’ stato tanto gentile!”

(Sì, come si fa coi matti)

“Voleva conoscerti!”

(Sì, e magari chiedere la mia mano).

“Uh, eccolo lì. E vai, vai a presentarti!”

“Mamma no, ti prego, NO.”

“Vai, su, che ti costa.”

“TI ho detto di no, dai”, e ancora un po’ mi metto a battere i piedini per terra come quando da bambina mi costringeva a baciare la zia Olga, baffi, labbra umidicce e odore di naftalina compresa, dopo che mi aveva allungato la bustina di Natale con la centomila.

“E’ lì guarda, tutti che si fanno i selfie!”

E lo spirito del Baciccia ruggisce dentro me: io, che quando vedo un personaggio famoso per strada mi scaverei una fossa, nascondendo timidezza dietro ad una certa alterigia (e beh? Sarai anche famoso, ma puoi salutare tu per primo eh?).

E con una spintarella mi getta praticamente tra le sue braccia.

“Massimo!” Esclamo io tendendogli la mano con aria di scuse.

E lui mi guarda, con quell’aria da cagnone mansueto, e un gigantesco punto interrogativo sulla faccia, che mi fa realizzare all’improvviso che lui non ha la più pallida idea di chi sia questo donnone impacciato che gli scrolla la mano biascicando parole sconnesse.

Mentre lui per me è di famiglia, mia madre lo nomina pressoché quotidianamente, non si perde una sua trasmissione e non dubito che sia stata lì lì per invitarlo a mangiare la farinata a casa nostra dopo l’autografo.

Così mi riprendo, e riesco ad articolare una frase di senso compiuto “Mia madre, che ha più faccia tosta di me, ti ha appioppato il mio libro – faccio indicando la copertina viola che sbuca da sotto la giacca che porta appoggiata al braccio – è un onore per me se vorrai leggermi. Grazie.”

“Ah, sei tu!” Risponde lui di rimando, facendo cenno al libro; e a quel punto mi agguanta, e mi spiazza. stampanfomu due baci con le guanciotte morbide di barba dei tre giorni, e se ne va, non dopo avermi detto un “Grazie, davvero”.

Io resto lì imbambolata, pensando che questa gentilezza si riserva solo ai matti e, forse ai principianti.

Di sicuro, la faccia tosta di mia madre, mi ha fatto un bel regalo per la festa della mamma: il mio libro nelle mani di un famoso giornalista.

Che tanto non lo leggerà mai; ma mi piace pensarlo sul suo comodino.

O magari sotto, così finalmente smetterà di traballare!

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