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Faber

Che quei vicoli senza di lui, non avrebbero avuto lo stesso sapore.

E il cuore della città vecchia ancora pulsa, vive, sopravvive.

E quel bicchiere di vino, e pane e salame alla “Madelaine” prima del suo concerto al Carlo Felice, mi hanno fatto sentire viva, e vera e fiera.

Perché Genova è Faber, e io sono genovese come lui.

E quella Creuza de ma suonata nella piazza del Carlo Felice sembrava una serenata al balcone; e ogni volta che risuona, con quel genovese un po’ bastardo e studiato, ci fa tornare bambini, di una Genova che ho conosciuto di striscio, ma che mi porto nel cuore.

I gozzi rovesciati sulla spiaggia, che rivedo a Noli. La besagnina che grida “Amié che robba”, come al Mercato Comunale dove mi portava mia nonna, e che forse Davide non conoscerà mai.

E che peccato.

E quei Vangeli Apocrifi, se non fosse stato per lui, non li avrei studiati mai. E soprattutto non con quella passione.

Ed è stato un conforto trovare in lui i miei stessi dubbi di fede, ma anche qualche risposta. Quel Testamento di Tito, la sua prima, vera Smisurata Preghiera.

Edgar Lee Master l’ho studiato in prima superiore, grazie ad uno di quei professori che li apprezzi sempre troppo tardi, quando sei adulto, con una punta di rimpianto. Non capivo lui, e non capivo questi poeti che si ostinava a farci studiare, e che io non avevo mai sentito nominare: Ginsberg, Baudelaire, e appunto, Edgar Lee Master.

Ma quell’antologia di Spoon River, interpretata da De André, mi è arrivata dritta al cuore senza filtri, senza bisogno di aggiungere una sola parola.

Grazie a lui ho conosciuto Fernanda Pivano e Cesare Pavese, e poi Bob Dylan, George Brassens, e Leonard Cohen, l’ironia di Luigi Tenco, la disperazione di Gino Paoli, la genialità sopita di Bruno Lauzi, la tenerezza di Paolo Villaggio, la voce calda di Mina e quella annoiata di Ivano Fossati.

Grazie a lui ho dovuto conoscere il Cimitero di Staglieno, mio malgrado. Che io coi cimiteri non ho un bel rapporto, nemmeno con quelli più belli e grandi d’Europa, se contengono le spoglie di una persona cara. Ma una rosa e una sigaretta sulla sua tomba sono andata a portarle.

Una volta e mai più.

Curiosamente De André è morto il giorno in cui è nata mia nonna, ma da quando anche lei se n’è andata, l’11 gennaio non è più lo stesso.

E me li celebro così, con un ricordo, ascoltando le stesse canzoni che da bambina consumavo sul vinile.

Andrea s’è perso, e non sa tornare – nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi – Boccadirosa metteva l’amore.

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